Se non sei un programmatore non sei un autore

Dagli originali T’es pas codeur, t’es pas auteur (4 marzo 2011) e T’es pas codeur, t’es pas éditeur (13 marzo 2011) di Thierry Crouzet

Il post "Non sei un programmatore, non sei un editore" risponde ai commenti su "Se non sei un programmatore non sei un autore": per seguire il ragionamento in modo più completo vi proponiamo la traduzione di entrambi gli articoli.

Da cinque anni a questa parte difendo l'idea di blog come atelier. Affermo anche che il mio blog è il mio libro più riuscito. Ma quando si può dire che il blog ci porta su nuovi sentieri letterari? Anche se ciò che scriviamo sui nostri blog può essere messo su carta, o anche in un epub, seguendo la logica dell'omotetia, non abbiamo esplorato realmente le nuove possibilità formali che ci si offrono. Mettiamo in pratica forse La strategia del cyborg e l'ipertestualità, ma siamo lontani dall'entrare nel campo di ciò che chiamo "codex": testo+link+codice. Per scrivere un codex l'autore deve produrre non soltanto un testo e dei collegamenti, ma anche del codice informatico, codice che è parte integrante dell'opera. La doppia competenza, scrivere/programmare, è piuttosto rara, questione generazionale, pochi autori si sono avventurati verso l'ignoto. Per fortuna, questo non può che cambiare. Per esempio, Alexandre Astier ci spiega che programma quando non lavora alle sue sceneggiature. Stiamo andando incontro a un mondo dove questo tipo di doppia competenza sarà comune. Al giorno d'oggi la maggior parte degli autori che si interessano agli ebook lo fanno per cercare un pubblico che non riescono a raggiungere attraverso la carta, che non riescono ad avere per via del disinteresse da parte degli editori o, molto spesso, della maggior parte dei lettori. Il digitale appare come uno spazio di libertà, ma in assenza di qualcosa di meglio in un mondo vecchio. Il digitale in sé, allora, diventa pura aneddotica, un mero mezzo. Neanche io sfuggo a questa trappola, visto che ciò che pubblico in digitale spesso parla del digitale stesso. Ho praticato la cyborghizzazione, ma poco il codex, nonostante Croisade abbia avuto bisogno di parecchio codice. Da molto tempo ho l'idea di andare oltre e ho cominciato a sperimentare riprendendo da zero il mio vecchio progetto su Ératosthène. Sto cercando di creare un testo non lineare, la cui topologia si rimodelli in funzione dell'esperienza di lettura. Che cos'è un testo lineare? Un libro in cui le pagine si susseguono secondo un ordine immutabile. Ma anche un libro in cui voi siete l'eroe che procede attraverso percorsi più o meno stabiliti. Un documento ipertestuale non può essere lineare, necessariamente. Per esempio, l'ultima pagina di un documento può rimandare alla prima, introducendo una certa circolarità. Per contrasto, all'interno di un ipertesto, i link sono fissi, scritti una volta per tutte. Si potrebbe stendere una mappa del documento. Si sfugge alla linearità, ma non al determinismo proprio del libro. Con il mio nuovo Ératosthène, sperimento tutt'altra cosa. I link si trovano nella parte bassa della pagina. Elencano i tag associati a quella pagina, ma, contrariamente a ciò che si fa sui blog, non puntano verso tutti i post corrispondenti al tag. Ogni link punta verso una sola pagina che dipende dalle pagine già lette da voi o dagli altri lettori. In certi casi, i link possono essere anche calcolati in modo casuale per condurre il lettore dove non si aspetta. Man mano che si prosegue nella lettura, i link vengono consumati, si disattivano poco a poco finché non si raggiunge l'ultima pagina. Non mi sono lanciato in questa direzione per esplorare puramente delle potenzialità tecniche. Lavoro a Ératosthène dal 2000. Ho scritto più di dieci versioni diverse della sua vita, nessuna soddisfacente. Mi è sembrato a un certo punto di tentare di dare unità a una vita che non poteva averne. Ératosthène è stato un eclettico, definito così già dai suoi contemporanei, e del resto con grande disprezzo. Era un esperto di niente. Qualcuno che in tempi difficili aveva capito che lo specialismo del passato non aveva più ragione d'essere. Allora, perché cercare l'unità classica per descrivere la vita di un uomo che cambiava senza posa direzione? L'unità, l'omogeneità, la linearità... queste componenti tradizionalmente costitutive del romanzo mi infastidivano più di ogni altra cosa. Moltri scrittori sono riusciti a eluderli, penso a Bioy Casares, per esempio, e ho capito che il codex mi offriva una nuova possibilità per liberarmene. Stavo per dare al lettore l'opportunità di costruire un percorso personale attraverso la vita di Ératosthène. All'inizio, siamo nel 194 a.C., Ératosthène muore. Si ricorda della sua vita e, come la morte gli si avvicina senza sosta, senza riuscire a raggiungerlo, si proietta verso il futuro. Ha una visione caleidoscopica del passato, del presente e del futuro. Il lettore naviga di frammento in frammento, ognuno con una collocazione temporale, associato a un luogo, a dei personaggi, in qualche caso a dei concetti filosofici o scientifici. Anche se per ora non ho pubblicato che una parte infinitesimale di frammenti, sento che il mio testo prende un nuovo colore, legato alla nuova esperienza di lettura. Adesso, leggendomi, oltre agli errori di ortografia avrete anche i bug! Benvenuti nel mondo del codex.

Se non sei un programmatore, non sei un editore

Quando ho scritto «Se non sei un programmatore non sei un autore» è stata una delle mie solite provocazioni. Mi è stato risposto: «se non sei un panettiere non sei un autore». Non è così semplice, soprattutto quando la proposta è estesa agli editori. Per me, programmare è scrivere. Se pensate al Tractatus di Wittgenstein capirete cosa intendo. Ho scritto La strategia del cyborg e L'édition interdite come dei programmi. Ciascun aforisma è una sorta di istruzione per il cervello del lettore. Quando Nicolas Ancion dice che a volte mi contraddico, si riferisce al fatto che creo dei loop o dei salti indietro nel codice, spero in buona coscienza. Non credo ai pensieri precisi, idealisti, universali. Diffido di una bellezza troppo perfetta. Non mi interessa affatto. Amo le linee elettriche che solcano i paesaggi bucolici. Per me ogni processo è sbilenco. Io sono sbilenco. Non devo affatto nascondere le mie contraddizioni interne. Programmare è scrivere. Scrivere è programmare. Queste due attività sono intimamente legate. Le pratico nella stessa posizione, guardando lo stesso schermo. E sento che utilizzano in me le stesse risorse. Programmare estende l'orizzonte delle possibilità per lo scrittore. Mi direte che impastare il pane è allora la stessa cosa. Che tutto ciò che facciamo contribuisce ad arricchirci. È vero. Ma il codice contribuisce alla scrittura stessa e può influenzare il testo prodotto, nella forma, nell'organizzazione, nella presentazione al lettore... Non facciamo che sollevare il velo su ciò che può essere un autore nell'era digitale. Se possiamo ancora essere autori senza essere programmatori, utilizzando codice scritto da altri, WordPress, per esempio mi sembrerebbe impossibile essere un editore digitale senza includere nella squadra, e in ogni momento, un programmatore. Non si tratta di coinvolgerlo solo in certe circostanze, ma di inserirlo nel cuore, accanto all'editore. Un autore digitale non produce dei testi congelati. Deve restare vigile sulle sue creazioni, farle vivere, dargli la possibilità di evolvere, senza per questo rinunciare a condividerle con i lettori. È anche una dimensione della scrittura che è stata poco esplorata fin qui, a causa della pesantezza del processo editoriale. Al giorno d'oggi non ci salterebbe mai in testa l'idea di non poter correggere a posteriori un post su un blog, di aggiungere dei link, delle note, dei paragrafi, dei commenti... Gli altri testi dovrebbero beneficiare della stessa malleabilità propria del digitale. Per questo non smetto di produrre nuove versioni di L'alternative nomade. All'interno del processo editoriale, il codice interviene necessariamente tra il testo d'origine e le sue forme destinate alla diffusione (epub, PDF, mobi...). Certo, si possono utilizzare dei software di formattazione per generare questi file, ma così tutte le modifiche importanti del testo originale implicano un lungo lavoro manuale di riformattazione. Se ci vogliono due giorni per creare un epub, potete scommettere che nessun editore si divertirà a rilavorarlo ogni volta a ogni richiesta dell'autore. Se le cose stanno così, non si fa che imitare in digitale la versione cartacea. Per superare questo ostacolo, la formattazione si dovrà effettuare con il supporto di un codice che prenda il testo originale e lo riformatti secondo la logica di un file XML (l'epub è ciò che di meglio abbiamo al giorno d'oggi). Il lavoro di formattazione dovrà essere fatto solamente una volta per codifica. La ripetizione non comporta allora alcuno sforzo. Bisogna soltanto ricompilare il codice sorgente, tutto qui. In questo modo la fluidità propria della scrittura digitale si estenderà all'edizione digitale. Non teorizzo mica a vanvera. Ho sviluppato il mio personale editor per epub per redigere i miei testi. Ho intenzione di applicare ulteriormente questo metodo per generare un domani la versione 1.1 di L'édition interdite. PS: quando nel mondo digitale si effettuano a mano delle operazioni ripetitive è perché non si sfrutta il potenziale di questo mondo. I software sono strumenti che non sempre possono sostituirsi al codice. È per questa ragione che tutti i software evoluti dispongono di un linguaggio di programmazione interno.

Traduzione di Letizia Sechi

Commenti

2 commenti per "Se non sei un programmatore non sei un autore"
  • @, 23/03/2011 22:43

    [...] Per gli ebook e similia no, ma lo scrittore Thierry Crouzet spiega come questo possa avvenire, se l’autore è anche programmatore, ovvero se conosce il codice informatico tanto quanto quello linguistico. Se ci vuole un giorno o [...]
  • @, 23/03/2011 22:42

    Articoli molto interessanti davvero. Grazie dello spunto di riflessione, rielaborato poi in questo post http://editorintropico.wordpress.com/2011/03/24/digital-editing

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