L'avevamo già sentita, in effetti

È tornato il ricorrente gemito sulla morte dell'industria editoriale as we know it, con tutta l'inevitabile coda di commenti.

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Niccolò Perotti, erudito umanista italiano, scrive a Francesco Guarnerio. Siamo nel 1471, meno di vent'anni dopo l'invenzione di Gutenberg.

 

Negli ultimi anni, mio caro Francesco, mi sono spesso congratulato con l'età nostra, quasi avessimo ottenuto proprio ora un dono grande, invero divino, con il nuovo tipo di scrittura di recente giuntoci dalla Germania. Vedevo infatti che un uomo solo poteva stampare in un mese ciò che parecchi amanuensi a stento avrebbero potuto portare a termine in un anno ... Questo mi induceva a sperare che entro breve tempo avremmo avuto una tale quantità di libri, che non sarebbe rimasta una sola opera che non ci si potesse procurare per scarsità o mancanza di mezzi ... Ora tuttavia - o fallacia dei pensieri umani! - vedo che le cose sono andate ben diversamente da come speravo. Infatti, adesso che chiunque è libero di stampare ciò che gli aggrada, sovente gli uomini trascurano l'eccellenza, per scrivere, a puro fine di divertimento, ciò che meglio sarebbe dimenticare, anzi cancellare da tutti i libri. E anche quando scrivono cose degne, le stravolgono e corrompono al punto che sarebbe di gran lunga preferibile fare a meno di tali libri, anziché spedirli in migliaia di copie in tutte le provincie del mondo, col rischio, ahimè, di diffondere un così gran numero di menzogne.

Niccolò Perotti, Cornucopiae, seu Latinae linguae commentarii, V.Curio, Basileae, 1526, col. 1033 citato da Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi, Milano 2011. Traduzione di Adriana Bottini.

Commenti

7 commenti per "L'avevamo già sentita, in effetti"
  • @, 26/07/2011 10:53

    Grazie Daria, sei stata gentilissima. Ma certo che il post era una provocazione, e molto ironica anche, dato che chiamava in causa nientemeno che un protegée del cardinale Bessarione! ahahah. E ti ringrazio anche del suggerimento dell'ebook. Ma, a parte il piacere di scriverle le annotazioni, non potrò mai rinunciare al piacere ancora maggiore di toccarlo un libro, di tenerlo accanto a me, di sentirne l'odore, di collegare a quel volume i ricordi che vi sono legati, chi me lo ha regalato, o dove e quando l'ho comprato e perché, cosa facevo e di cosa mi occupavo allora o se era nell'immensa biblioteca di casa. Apprezzo enormemente internet e le sconfinate possibilità di ricerca e divertimento che il digitale offre e me ne avvalgo infatti, ma niente per me, cresciuta in una casa con 10.000 volumi (e io ne avrò almeno 6.000, con tutti i problemi di spazio) potrà mai sostituire un oggetto come il libro. Forse anche perché la maggior parte dei libri che leggo non è in ebook, e se testi che mi servono si trovano sul web me li stampo. Sono indubbiamente di un'altra generazione, anche se ho trovato di eccezionale utilità e comodità scrivere direttamente al pc invece che a mano, come facevo fino a 8 anni fa! Non c'è dubbio che anche io sarò un po' stantia come il povero Perotti. Ma a me piace molto così, come mi piacciono i libri vecchi, carichi di presenze e di passato. Poi è giusto che le nuove generazioni cerchino vie nuove.
  • @, 26/07/2011 07:11

    Ciao Francesca, grazie per i tuoi interventi, è curioso che tu per sostenere l'insostituibilità del libro cartaceo citi come prima cosa la necessità di annotarlo, cosa che è possibile fare anche nel caso di un ebook, e ti dirò - per la mia esperienza - con maggiore efficienza (non ho bisogno di portarmi appresso matita e righello, posso richiamare le note quando voglio, organizzarle e creare nuovi testi a partire da quelle). In ogni caso, la provocazione lanciata dal post è quella di sottolineare come l'abbattimento dei costi di produzione (e riproduzione) del testo introdotti dall'invenzione della stampa sia un vantaggio che si ripresenta tale e quale con la rivoluzione digitale, portandosi appresso gli stessi interrogativi. Vuole essere quello che è, una provocazione, non un trattato di filologia. E a me ha fatto riflettere =) Se mi permetti ti consiglio un titolo: <a href="http://www.bookrepublic.it/book/0000000000001-questo-non-e-un-ebook-51-lezioni-semiserie-sui-libri-digitali/?utm_source=blog&amp;utm_medium=post&amp;utm_campaign=commento" rel="nofollow">Questo non è un ebook</a>, di Letizia Sechi e Alessandro Bonino. Parla dei vantaggi della lettura digitale in modo estremamente scherzoso e leggero. Puoi scaricarlo gratis, basta essere iscritti al nostro sito e selezionare paypal come metodo di pagamento al momento dell'acquisto.
  • @, 25/07/2011 19:47

    Nel mio commento precedente non so perché non è comparso il mio sito. Spero ora si veda
  • @, 25/07/2011 19:45

    Veramente non ho parlato di alcuna querelle, né ho fatto paragoni tra stampa e internet, cosa che per quanto mi riguarda non è sostenibile, perché la lettura di un libro, la necessità di annotarlo se lo si ritiene necessario, non potrà mai essere soddisfatta da uno schermo. Io ho solo detto che il paragone tra il lamento di Perotti per i contenuti dei libri al suo tempo non mi pare sia molto pertinente con la scadentissima qualità di molte opere pubblicate oggi. Nel 15° secolo la stampa permetteva la diffusione di idee nuove che un arcivescovo cattolico com'era Perotti, per quanto grandissimo umanista e filologo, guardava probabilmente con sospetto. Oggi molti di noi lamentano l'opposto: la mancanza di idee, la mancanza del nuovo, la commercializzazione del peggio. Il paragone che ho fatto riguardava un altro aspetto, e cioè, se la stampa fu una immensa rivoluzione per la cultura europea e mondiale, internet rappresenta, con tutti gli scenari che apre, una rivoluzione della stessa portata. Dunque, nessuna querelle.
  • @, 25/07/2011 15:52

    no, per favore, non torniamo alla querelle tra stampa e internet! :-)
  • @, 23/07/2011 13:47

    In realtà il lamento di Perotti non ha nulla a che vedere con quello che accade oggi. Quando Perotti scrive, i testi erano scritti e copiati (in seguito stampati) da gente che sapeva leggere e scrivere, e questo era un numero davvero esiguo di persone. Chiunque scrivesse, sapeva scrivere e scrivere bene. Ciò che lamenta Perotti non riguarda la morte dell'industria editoriale in quanto schiacciata dalla terribile mancanza di qualità. Perotti si riferisce solo e unicamente al contenuto e non alla qualità del contenuto stesso o delle opere! Oggi ci si lamenta delle tonnellate di contenuti inesistenti, della mancanza di capacità di scrittura, dell'industria volta unicamente e non "anche", ma "solo" al profitto che è diventata l'industria editoriale. Quando nasce la stampa, i testi stampati erano o di contenuto religioso, o i grandi autori classici che il Rinascimento andava scoprendo. Ciò che a Perotti non piace è il contenuto "moderno", dissacrante, laico, che nessun amanuense in alcun convento avrebbe copiato, mentre trovava spazio nelle grandi stamperie europee. Dunque la questione non solo ha origini e significato ben diversi rispetto ad oggi, ma rivela al contrario la vitalità del nuovo mezzo che si stava affacciando e che avrebbe mutato la cultura europea. Casomai io farei il paragone tra la carta stampata e internet!
  • @, 23/07/2011 10:12

    Purtroppo, c'è chi perde di vista la qualità lasciando che prevalgano anima commerciale e pressapochismo. Non ci si può allora lamentare di trovare lettori che si adattano, si adagiano e scelgono testi "senza sapore"... Forse occorre ritornare alle radici della passione...

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