Accabadora

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  • Categoria libro:

    Letteratura

  • Anno:

    2010

  • Dimensione del file:

    763,6 KB

  • Protetto con Adobe DRM
  • Lunghezza:

    176 pagine (edizione cartacea)

  • Lingua:

    ita

  • Isbn:

    9788858400098

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Quarta di copertina


Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l'aspettano, come imparare l'umiltà di accogliere sia la vita sia la morte.
D'altra parte, «non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada».

Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno.
Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come «l'ultima». Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. «Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia».
Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte.
Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.
La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull'orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle. Sa come unire due solitudini, sa quali vincoli non si possono violare, sa dare una fine a chi la cerca.
Michela Murgia, con una lingua scabra e poetica insieme, usa tutta la forza della letteratura per affrontare un tema così complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta di quell'universo lontano e del suo equilibrio segreto e sostanziale, dove le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l'alfabeto elementare di «quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell'analisi logica».

1 Commento a "Accabadora"

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  • @babidi, 23/10/2012 01:10

    L’accabadora è l’ultima madre. È colei che, spinta dall’amore, accoglie le anime nell’ora estrema, porgendo loro una carezza e facendo proprio il loro ultimo sospiro. L’accabadora è una Tzia, un’anziana donna di un paesino sardo, dedito a tacciare o meno di moralità i suoi abitanti; quel paesino “le cui vie erano emerse dalle case stesse come scarti sartoriali, ritagli, scampoli sbilenchi, ritagliate una per una dagli spazi casualmente sopravvissuti al sorgere irregolare delle abitazioni”. L’accabadora non è sola. L’altra grande protagonista del romanzo è Maria, la fill’e anima di Tzia Bonaria, la bambina “di troppo” di una famiglia con già troppe bocche intorno al tavolo; la creatura calma e taciturna che aspettava solo che qualcuno di accorgesse di lei. In questo libro, denso di Sardegna, di tradizioni tramandate, e di sacrificio, Michela Murgia affronta un tema sepolto ma sempre attuale: il potere o la colpa di poter decidere per qualcun altro. La scrittrice lo fa con una capacità narrativa che va oltre la semplice rappresentazione di una realtà, e si inserisce nella ben più complessa interiorità dei protagonisti. Accabadora è una storia complessa e semplice al tempo stesso, intessuta da insegnamenti, rimproveri e comprensione. Tzia Bonaria insegna, infatti, attraverso il suo lavoro, quanto sia evidente la necessità di avere un padre e una madre a ogni angolo della strada, che possano aiutarci anche in quei momenti in cui non sembra più necessario alcun aiuto. Maria, dal canto suo, imparerà a proprie spese come sia impossibile dire “no, io di quell’acqua non ne bevo”, e affronterà il dolore e la crescita con mente scevra di ogni pregiudizio. Una lettura affascinante, dolce e amara, che trascina il lettore nella Sardegna degli anni ’50, tra l’odore di terra e il profumo di mare.