Attè ti picchia, Luigi? Quasi un diario di quotidiana follia dall'ultima scuola speciale

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Quarta di copertina


Questa è una storia vera. È la storia dell’ultima scuola «speciale» italiana per alunni con disabilità: la «Treves-De Sanctis», nella periferia milanese, di cui l’autore è stato per anni direttore. Sembra venire da un passato lontanissimo, superato, seppellito dalle nuove bandiere dell’integrazione, dell’inclusione, della speciale diversità.Nessuno può negare gli enormi progressi fatti in materia di assistenza, sostegno, formazione di persone con disabilità: sono cambiate le leggi che le tutelano, si è trasformato il linguaggio con cui si parla di loro. Eppure, se a distanza di anni si ripropone, in una nuova edizione aggiornata e rivista, un volume che è stato un «classico» della letteratura sull’integrazione scolastica, è proprio per ricordarci che molto ancora c’è da fare per raggiungere il traguardo di una piena inclusione, per realizzare un modello di scuola che non si fermi all’assistenza — che dà tutto senza chiedere in cambio nulla — ma punti all’educazione — che invece esige un ritorno, che insegna qualcosa perché qualcuno la impari.Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori: per questo Massimino, con la sua bambola senza testa, Fausto, che picchia tutti quelli con gli occhiali, Emanuele, che fa il camion, Catherine, che non riesce a stare sola, e insieme a loro i genitori e gli insegnanti che li hanno amati e seguiti hanno ancora molto da dirci su quel che avremmo potuto, e ancora possiamo, fare.«Dalla penna di Vito Piazza prende vita una galleria di personaggi dalla straordinaria umanità, storie non verosimili ma vere, che dai ricordi personali del preside dell’ultima scuola speciale italiana traggono una grande forza e intensità narrativa.»Dario IanesAlle sette del mattino i ragazzi scendono in strada accompagnati dai genitori. L’impaccio e la goffaggine motoria ne denunciano l’identità: si tratta di ragazzi con gravi disabilità psicofisiche, di quelli che una volta venivano definiti «matti» e chiusi in manicomio. O in casa, nel privato della cerchia familiare. È un’alba livida, fatta di piombo e di nebbia che si scioglie malata sugli alberi e sulle macchine, l’umido cala sui berretti e sulle orecchie che sembrano non essere fatte per ascoltare. Questi ragazzi, di cui quasi nessuno si accorge mentre sale il traffico convulso della metropoli, non sono mai soli in questi luoghi deputati dove ogni mattino, dal lunedì al venerdì, si consuma il rito dell’attesa. Sono disabili, non diventeranno mai grandi e avranno sempre bisogno di un adulto. Per tutta la vita saranno, in qualche modo, a balia, sotto tutela. Sono dei Peter Pan che non hanno scelto di rimanere piccoli, ma che non possono farne a meno.Uno dopo l’altro gli autobus arrivano a scuola; scendono, lentamente e a fatica, i ragazzi, aiutati dalle accompagnatrici. In fila indiana si dirigono, guidati dalle insegnanti, qualcuno sorretto fisicamente, verso il portone d’ingresso, cintato da una cancellata antica.In alto, sul frontone dell’edificio, uno scolorito stemma della Repubblica reca la scritta di latta smaltata e un po’ scrostata dal tempo: «Scuola Speciale Treves-De Sanctis».

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