Carla Tatò. Dell’attore, del corpo scenico, della parola e della voce

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Quarta di copertina


Nel dicembre del 2002 partecipai, o meglio avrei dovuto partecipare, a un Laboratorio di Carlo Quartucci al Teatro Juvarra di Torino. Arrivai in ritardo, quindi non incontrai nessuno che mi indicasse il luogo in cui si stava tenendo il Laboratorio. Mi misi alla ricerca, la prima porta che aprii fu quella della sala del teatro in cui Carla Tatò si stava preparando per la prova aperta della sera e per gli spettacoli dei giorni successivi. In quel momento rimasi folgorata. Conoscevo Quartucci e Tatò perché li avevo studiati sui libri e perché l’allora mio professore Gigi Livio ne parlava spesso durante le sue lezioni all’università.Avevo già capito che quello che mi interessava dell’arte del teatro lo avrei trovato nel così detto “teatro di contraddizione”, definizione che all’epoca Livio usava per distinguere Carmelo Bene, Carlo Quartucci, Carla Tatò, Rino Sudano, Anna D’Offizi, Leo De Berardinis, Perla Peragallo, Claudio Remondi e Riccardo Caporossi all’interno del panorama dell’avanguardia teatrale italiana.Quel pomeriggio di dicembre compresi molto del concetto di teatro di avanguardia, ma soprattutto incontrai un modo di stare sulla scena che mi lasciò senza parole, incapace di spiegare quello che provavo, ma certa che quel modo di essere attrice mi piaceva. Fui invasa da un’ondata di emozioni, molte delle quali a me sconosciute. Emozioni che non mi arrivavano dalle viscere, come altre volte mi era successo, ma dal cervello. Il pianto in cui improvvisamente scoppiai era frutto di una commistione di sensazioni, ma soprattutto di pensieri. Le parole che uscivano come musica dalla bocca della Tatò, furono tante lame che mi si scagliarono addosso ferendomi. Compresi la profondità e il dolore di Beckett, la mostruosità della realtà che raccontava. Avevo 22 anni e molto dovevo ancora comprendere e chissà se poi l’ho compreso.Da quel lontano 2002 è iniziata la mia lenta ricerca su Carla Tatò (e di Carla Tatò). Una ricerca che è stata frammentata nella sua concreta realizzazione ma costante nel pensiero. Questo libro quindi non è solo frutto di un interesse scientifico ma soprattutto di un’ossessione passionale per l’arte teatrale di Carla Tatò. È il tentativo di rimettere insieme anni di studi, appunti, incontri, riflessioni su Tatò e con Tatò. Non vuole essere una ricostruzione completa e esaustiva del lungo percorso artistico dell’attrice. Questo libro è partigiano, nel senso che sceglie volutamente di puntare lo sguardo soprattutto su una parte (Tatò), senza per questo togliere la fondamentale importanza dell’altra (Quartucci). Una scelta difficile, e a tratti forse anche pericolosa, visto che Carla Tatò diventa Carla Tatò soltanto quando incontra il maestro Quartucci. Tentare una lettura del lavoro della sola Tatò può essere azzardato e restituisce forse un’immagine dell’attrice e della sua arte non del tutto completa, ma ci è parso comunque importante procedere in questo senso.Questo libro non sarebbe stato possibile senza il fondamentale coinvolgimento di Carlo Quartucci e Carla Tatò che mi hanno aperto innumerevoli volte le porte della loro casa archivio, mi hanno dedicato moltissimo tempo, hanno ascoltato il mio progetto e mi hanno aiutata nella sua concreata realizzazione. Grazie soprattutto a Carla Tatò che nell’intervista si è raccontata con grande profondità.Un ringraziamento speciale va ad Armando Petrini per i consigli che mi ha dato, per le lunghe discussioni, per l’affetto, per la grande pazienza con cui mi ha supportato e sopportato fino alla fine di questo lavoro.Grazie anche a Gianmarco Mecozzi che oltre al suo scritto mi ha dato utilissimi consigli.Grazie anche all’amicizia e all’incoraggiamento di Antonio Daniele, Silvio De Alessandri, Maria Vittoria Gialli, Stefano Carcereri e ai tanti che in questi anni mi sono stati vicini e mi hanno spinta a credere in questo libro. gp

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