A chiusura lampu

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Quarta di copertina


Ancora una volta Viglialoro, con la commedia “A chiusuralampu”(la lampo), ci sorprende per la sua variegata vena creatrice con un lavoro apparentemente di svago, leggero e in alcuni tratti popolare e carnascialesco. Specie per l’ambientazione e lo strumento narrativo: il dialetto reggino. Invece, ci dà uno squarcio di costume che ci costringe ad una profonda meditazione, a farci entrare nella vicenda diventando noi stessi compartecipi e attori di una realtà affatto lontana. L’analisi dei personaggi, il cui profilo mostra la grande perizia descrittiva di Viglialoro e la profondità di approccio, induce il lettore a compenetrare la ratio della trama narrativa, a prestare una attenzione partecipata allo snodarsi del costrutto rappresentativo, a interiorizzare un contrasto apparentemente appartenente ad un mondo estraneo, a godere in modo critico e ammonitore le piacevoli atmosfere così ricche di significati e di esuberante asciutta vitalità. Uno spaccato culturale niente affatto superficiale, che costringe ad una analisi ragionata la contrapposizione che emerge dalla vicenda, piacevole per freschezza e ricchezza di spunti quasi caricaturali ma genuinamente umani con naturali ricadute speculative a cui non può non prestarsi la giusta attenzione. Un cosmo fatto di quadretti estemporanei. Un campionario di umori e sapori non contaminati da mode e sustrati posticci che si fanno barriera alla vieta invadenza sussiegosa. Retaggio di opposti mondi e dimensioni umane e sociali. Una ambientazione complessivamente equilibrata, sia nel dire che negli atteggiamenti, ma che esprime appieno il disagio e uno scontro culturale reale veicolato da un viversi coerente col proprio livello sociale ma contrastante quanto al tratto relazionale quasi sempre proiezione di un sentirsi superiore laddove si dimentica di adeguare la lettura degli accadimenti e dell’altrui vivere col giusto approccio. Ne scaturisce un quid psicologicamente gravido di contraddizioni e di incomprensioni, di equivoci. Di sapidi tratti anche linguistici vivi per spontaneità ed immediatezza espressiva. La subalternità vissuta come valore senza aggettivazione ma resistente alla dominanza, peraltro di facciata, ostentata più che vissuta come reale maturazione coerente. Viglialoro, traendo spunto dalla legge 180/1978 (Legge “Basaglia”) che ha eliminato i manicomi, percorre un tratto di quotidianità ambientale focalizzando problemi ben più profondi dell’occasionale vicenda, pur essa significativa, e delle conseguenze per l’universo destinatario quasi sempre cireneo per altrui decisione. Definendo i personaggi con il loro carico di umanità variegata e palpitante Viglialoro apre uno spiraglio su un cosmo usuale nella congerie di approcci filosofico-psicologici dominanti e una feroce critica ad un vissuto dei singoli personaggi e dei rispettivi ruoli in cui ciascuno può riscontrare personali esperienze. Se non proprio riconoscendovisi. Da qui la riconoscibilità del sotteso messaggio per il particolare taglio dato all’opera che consente la piena assimilazione di un tratto di vita quotidiana per niente romanzata e con le negatività di sempre che tanto disturbano il quotidiano immaginario collettivo. La storica contrapposizione tra cultura dominante e cultura subalterna viene ricondotta in un piccolo frammento di quotidianità lasciando ai protagonisti la signoria di viversi e di riconoscersi nella propria realtà e all’osservatore non pochi elementi di conoscenza su cui rimuginare. Il passato e il presente che si saldano per un domani migliore. Attilio PERRI

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