Le fonti rivisitate

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  • Categoria libro:

    Diritto, Professionale

  • Anno:

    2017

  • Dimensione del file:

    911,4 KB

  • Protetto con Adobe DRM
  • Lunghezza:

    128 pagine (edizione cartacea)

  • Lingua:

    ita

  • Isbn:

    9788892166554

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Quarta di copertina


Questo libretto continua un discorso che, iniziato nel volume dedicato alle impugnazioni, è andato avanti ne La piccola frase di Mortara e, soprattutto, in Regola e giudizio. In due parole ho cercato di dar voce ai motivi che mi hanno portato ad afferrare il senso profondo della concezione cd. imperativistica del diritto e a collocarla nel posto che le spetta in un personale scaffale delle idee. Insistito su quest’ultima parola, perché è in quest’ottica che considero, riconoscendole un ruolo centrale, la teoria richiamata. Se cerco di ragionare, invece, in termini che, per intenderci, chiamerò dommatici, resto fermo alla tesi secondo la quale è la forma del giudizio ipotetico a fotografare la struttura di ogni pensabile norma: naturalmente mi riferisco a norme precettive, anche se con opportuni aggiustamenti le cose non cambiano molto quando si tratti di norme cd. tecniche. Ma non allontaniamoci dal perimetro tracciato: diritto come imperativo, appello rivolto a uno o a più, tanti, destinatari. Che vuol dire, comunicazione in grado di funzionare solo se ne è ugualmente pensabile sia l’osservanza che la trasgressione. Ora, ciò che è osservato o trasgredito è un appello, vale a dire un richiamo, un dettato che muove da un uomo, reale o virtuale, ad altri uomini: possiamo, allora, immaginare condotte conformi e condotte contrarie, sempre sulla base di una scelta, effettiva o virtuale, operata dal destinatario. L’imperativo, comando, appello, presuppone, insomma, una volontà cosciente alla quale si rivolge: se uno di questi due poli fa difetto non c’è diritto. La tarda, nel mio caso tardissima, età è stagione di bilanci: le pietre miliari di un percorso appaiono diverse da come erano state viste la prima volta. È il mio caso con Welzel. Anche a lui debbo, qual che io mi sia, un tributo tardivo. Ho tentato da giovanissimo di illustrarne e criticarne gli statuti dommatici e sono critiche che faccio ancora mie. Non avevo colto, però, il senso più intimo del suo messaggio, del pensiero di uno studioso che, come ebbi ad udire da un giovane professore renano in un convegno tenuto a Napoli proprio sulla welzeliana “azione finalistica”, di uno studioso, dicevo, che più che a convincere tendeva a convertire. Non c’è diritto e, in particolare, non c’è diritto penale, quando l’uomo è trattato come “cieca forza della natura”. Il cristiano evangelico che il Maestro era non concede nulla al mestiere del giurista. O si rispetta questa ontologia o con forza, invitandoci a seguirlo, Hans Welzel dice: no. Un pensiero riconoscente alla dott.ssa Valentina Brigandì e all’avv. Andrea Zannier, che mi hanno accompagnato nella rivisitazione di testi ai quali i miei occhi non mi permettono di accostarmi direttamente. E, naturalmente, agli amici che ho assillato con le mie prove d’autore: per tutti e in primo luogo, Nereo Battello e Gaetano Insolera. Gli sbagli sono tutti miei, quanto di buono o almeno di accettabile c’è in questo libricino è merito loro.  

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