Algurt e Ghild

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Quarta di copertina


Le case sembravano spuntate per miracolo dal terreno come gli alberi. Era impossibile pensare che qualcuno avesse potuto costruire delle abitazioni in questi posti. Le case erano fatte di pali di legno, di muri a secco, ma qualche volta anche di pietre e calce con i tetti coperti di paglia o di piagne ed erano perfettamente amalgamate al paesaggio tanto che viste da lontano a fatica si potevano distinguere. La gente era rimasta ignara, lontana dalle notizie, dagli eventi e dalle mode. Nessuno si interessava a questi luoghi ne alle persone che vi abitavano, non vi erano regole, ma vigeva il buon senso naturale a scandire i ritmi della vita, e l'inesorabile passare del tempo non aveva alcun peso. Qui le giornate si presentavano sempre come spazi nuovi da conquistare, dove tutto poteva succedere e tutto poteva essere possibile. Vivevano sospesi nel tempo, come entità invisibili al resto del mondo e... forse lo erano.

1 Commento a "Algurt e Ghild"

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  • @pierdario, 27/06/2015 22:34

    Di maria zanichelli Formato:Formato Kindle Cardelle, micci, ballucci, chiusenda, budrigone, batecchi, liza, guzzedera, scannicciata ... questo libro è fatto di parole molto intense, dal sapore antico e popolare. Leggerlo è immergersi in un mondo che non c'è più, ma di cui chi conosce l'Appennino non faticherà a ritrovare qualche traccia anche oggi: i funghi fatti seccare, le "prate" di mirtilli, il maggiociondolo, i fiori della galea, la panca di legno di castagno, le case con il tetto di piagne. Con passaggi continui dal materiale all'immaginario, da misteriosi sortilegi alla frugalità del quotidiano, il racconto ci restituisce un frammento di Medioevo trasfigurato nelle avventure di Algurt e Ghild, due cercatori di funghi che vivono in un minuscolo borgo dell'Alto Appennino, e di alcuni altri personaggi del luogo. E' un Medioevo ancora pagano, popolato da divinità dei boschi, pozioni magiche, incantesimi e metamorfosi, sul quale però si è già radicato il messaggio cristiano, esemplificato qui dalla presenza di due di quegli "ospitali" di frati che punteggiavano tutta l'Europa in quei secoli, e che ne hanno segnato per sempre la civiltà. Sono i "frati di Carù" che danno alla gente ogni aiuto spirituale e materiale; tutti i giorni si sale al loro convento per recitare insieme il mattutino, e davanti al loro ospitale ci si può imbattere in un trovatello. Non si cerchi in questa scrittura una sintassi sempre rigorosa o un'infallibile compiutezza dell'intreccio; la sua cifra è sicuramente l'inventiva linguistica, l'amore per le parole, il gusto di risvegliarle, farle risuonare e rivivere, senza mai darle per scontate. Anzitutto i nomi dei luoghi, che si prestano alle più svariate etimologie: Cervaretia, Italata, il Rost, il Matall, solo per ricordarne alcuni. Anche i personaggi, appena abbozzati, restano impressi soprattutto per i loro nomi, in cui si mescolano echi epici e vernacolari (Marsilio, Vurnal, Sabello, la Beata, la Ginesia, la Willa ...). . E poi tantissimi alberi, che popolano il racconto dall'inizio alla fine, e -come sa chi vive in Appennino- non sono certo uno sfondo di maniera ma i veri compagni di viaggio dell'uomo, l'ambiente concreto in cui si snoda la vita di ogni giorno: faggi, castagni, aceri, carpini, noccioli, ontani, pioppi, ornelli, ciliegi, salici, cerri, pruni... È un mondo arduo e rudimentale, quello di Algurt e Ghild, dominato da una natura talvolta inclemente ("quell'inverno congelò i cuori e gli animi"); ma non manca di una sua poesia: a quell'epoca "i cantici erano veramente soavi e si spandevano per tutta la vallata ristorando le creature". Alla fine, un dono inaspettato sorprende il lettore: alcuni disegni che con tratti minuti, precisi, intensissimi illustrano qualche scena del racconto, sospesa tra asperità e incanto: