Confessioni di un editore di merda

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Quarta di copertina


"Confessioni di un editore di merda". Il mondo dell'editoria raccontato da un editore, in presa diretta, scritto da un libraio, per la prima volta, in un ebook. "Vendere libri è arduo, ha ragione un mio amico libraio, il mondo dei libri è una bagatella continua: C’è il rappresentante editoriale che pronuncia Freud così come lo vede scritto invece di dire “Froid”, c’è il povero cliente che vuole “I fratelli Kulisciov” di un certo “Don Tojesky” o il “Sequestro di un uomo” di “Primo Allevi”. Poi il libro che chiedono è sempre quello che non c’è: se chiedono quattro libri e di questi quattro ne manca uno, puntualmente rispondono che è proprio quello che serviva di più e per dispetto non ne comprano neanche uno. Ha ragione il mio amico libraio che mi dice che i libri non sono tappeti, non sono scarpe, il libro non si indossa, non ti puoi vantare con nessuno perché non legge nessuno. Leggere è come inoltrarsi in mare aperto, con una barca a remi e senza motore: se ci riesci compare d’incanto una vela gonfiata dal vento che ti porta lontano, sennò rimani lì a spezzarti la schiena con un pezzo di remo in mano." L'autore apparecchia due scene diverse: da una parte c'è il personaggio dell'editore, poco fantomatico, molto realista, così vicino e allo stesso tempo così lontano dalla vulgata tradizionale che vorrebbe incarnata, nella sua figura, quella di un laico missionario della cultura e dell'oggetto libro. Il racconto è come sospeso nello spazio e nel tempo, capiamo che il centro di gravità attorno al quale ruotano queste considerazioni è una libreria, e capiamo anche che chi scrive ha veduto e sentito generazioni di lettori, librai, editori e, soprattutto, scrittori. Scrittori di ogni genere: non a caso è soprattutto la catalogazione dei vari 'tipi' che più ci sorprende e ci fa sorridere, dato che assurge qui a vera e propria scienza del temperamento, ai limiti della fisiognomica più spietata. Don Rafeli è il protagonista del secondo racconto, il vecchio stanco che vive in un mutismo afasico, una sorta di Oblomov dal passato nobile ma sconosciuto, che si affida totalmente alle cure e alle attenzioni dell'energica moglie, donna Emma. L'immagine di Don Rafeli sconvolge, capace di vivere una vita immobile, quasi senza respirare, inseparabile dalla percezione dello spazio in cui vive come una fiera selvaggia, in cattività. Quelle di Luigi Tarantino sono narrazioni meridiane.

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