Di cosa parliamo quando parliamo di femminismo: 10 letture fondamentali

Giulia Cuter e Giulia Perona di Senza Rossetto ci raccontano le donne contro ogni stereotipo

La formazione dei desideri

Simone de Beauvoir è considerata una delle più importanti femministe del Novecento. Il suo saggio Il secondo sesso è un’opera imprescindibile per lo studio delle questioni di genere, ma molto del suo pensiero si ritrova anche nelle sue opere più narrative e, chiaramente, in quelle autobiografiche. Memorie d’una ragazza perbene è il primo dei quattro capitoli che compongono la sua autobiografia: dall’infanzia e l’adolescenza trascorse in una famiglia dell’alta borghesia francese, profondamente conservatrice e di cui De Beauvoir già percepisce ombre e contraddizioni, fino al lungo percorso verso la conquista di sé che inizia con gli anni universitari e l’incontro con quelli che diventeranno alcuni dei personaggi più importanti della cultura francese. Un libro bello e avvincente come un romanzo di formazione, una lettura che insegna a costruire il proprio destino e ci dice che è davvero possibile diventare la persona che desideriamo essere.

La libertà dell'identità

Le bambine giocano con le bambole e i maschi con le macchinine per predisposizione innata? Le ragazze sono più portate per le materie umanistiche e i loro compagni per quelle scientifiche? Quanto del modo in cui siamo abituati a vedere il mondo deriva dalla nostra biologia e quanto dall’educazione che riceviamo fin da piccoli? Questioni vecchie come il mondo che ciclicamente tornano in auge a cui Elena Gianini Belotti - scrittrice, pedagogista e insegnante - ha provato a rispondere già nel 1973 in questo illuminante saggio sull’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile. Belotti concludeva che l’obiettivo «non è di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene». Quarant’anni dopo è ancora il caso di ricordarlo.

Il mansplaining

Nel 2008 la scrittrice americana Rebecca Solnit pubblicò sul Los Angeles Times un pezzo d’opinione intitolato “Men who explain things” (Uomini che spiegano le cose). L’articolo di Solnit partiva dal racconto di un episodio accadutole qualche anno prima, nel 2003, durante una festa organizzata da un ricco pubblicitario americano. Nel corso della serata il padrone di casa si era rivolto a lei dicendole: «Ho saputo che hai scritto un paio di libri» e le aveva chiesto di cosa parlassero. Solnit aveva citato alcuni dei suoi lavori più importanti, tra cui il suo ultimo libro River of shadows dedicato al fotografo Eadweard Muybridge. Il pubblicitario la interruppe chiedendole se avesse sentito parlare dell’importante libro su Muybridge uscito negli ultimi mesi ma che, evidentemente, non aveva letto: non si era reso conto di stare citando proprio il libro di Solnit. Da questo episodio, raccontato nella raccolta di riflessioni Gli uomini mi spiegano le cose, è nato il termine mansplaining.

Libere come gli uomini

Gli anni, è il capolavoro di Annie Ernaux in cui l’autrice racconta la sua vita, legandola ai cambiamenti che il mondo ha subito dal dopoguerra a oggi, all’avanzata del consumismo nella nostra società̀ e alla sua personale scoperta dei movimenti femministi. Non è un romanzo o un memoir, ma un flusso di ricordi raccontati con stile impersonale, con una voce narrante che più che alla prima persona singolare si rifà al plurale, dando vita a un racconto collettivo di una generazione. Tra gli episodi che ci hanno colpito di più, quando Ernaux racconta l’arrivo della pillola in Francia dicendo: «Accadeva ciò̀ che non avremmo mai creduto possibile, veniva autorizzato il commercio della cosa più̀ vietata di tutte, la pillola anticoncezionale. Non si osava domandarla al dottore, lui a sua volta non la proponeva, soprattutto se non si era sposate. Era una richiesta impudica. Ci era chiaro che con la pillola la vita sarebbe cambiata completamente, libere di disporre dei nostri corpi al punto di averne paura. Libere come gli uomini».

La stanza di una donna

Nel 1928 Virginia Woolf viene invitata in due college femminili dell’Università di Cambridge per tenere delle conferenze sul tema “le donne e il romanzo”. Il risultato è questo piccolo libro, considerato oggi un vero e proprio manifesto del femminismo. Woolf racconta una giornata da donna nel fittizio college di Oxbridge, per smascherare la misogina dell’ambiente universitario e il maschilismo della cultura d’elite dell’epoca. In poche pagine Woolf fa questo e molto di più: tratteggia una storia della scrittura femminile (raccontando personaggi come Jane Austen, le sorelle Brontë e George Eliot), decostruisce il linguaggio patriarcale tipico del mondo letterario e del contesto sociale del tempo, riflette sulla totale esclusione delle donne dalla Storia e introduce il tema della rabbia femminile. È in questo libro che Woolf sentenzia «Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere» e ci ricorda che quella stanza non è solo un luogo fisico, ma rappresenta tutto lo spazio che noi donne dobbiamo riprenderci.

La sessualità femminile e la società violenta

1996, in un piccolo teatro off-off-Brodway di New York, va per la prima volta in scena I monologhi della vagina, scritto e interpretato da Eve Ensler e basato su oltre duecento interviste fatte dall’autrice a donne di ogni età, etnia e orientamento sessuale. Un testo trasgressivo, irriverente, ricco di humor ma anche di dramma, in cui la vagina prende la parola per esplorare temi ancora tabù come il sesso, le relazioni, l’orgasmo femminile, le mestruazioni, il parto, lo stupro. Il successo della pièce è travolgente e, da atto di celebrazione della vagina e della femminilità, si trasforma quasi in un movimento contro la violenza sulle donne perché, come disse Ensler, l’opera nasce proprio dal desiderio di indagare il legame tra la sessualità femminile e la società violenta in cui siamo costrette a vivere (come possiamo comprendere dalla complicata biografia dell’autrice). A distanza di vent’anni dalla sua prima rappresentazione, I monologhi della vagina resta ancora un testo insuperabile per verità, schiettezza e lucidità, potente come solo le storie sanno essere.

Il cambiamento delle relazioni

Nel maggio 2017 è uscito in Italia per minimum fax il saggio dell’autrice americana Emily Witt, intitolato Future Sex. L’autrice a trent’anni si trova improvvisamente single dopo una lunga relazione monogama e si trova a dover gestire una libertà emotiva e sessuale alla quale non è più abituata, e che racconta in questo reportage letterario bellissimo, vero, avvincente. In questo viaggio Witt mette in discussione di se stessa attraverso l’esplorazione di pratiche sessuali possibili, ma molto distanti dalla sua esperienza: sessioni di meditazione orgasmica, coppie poliamorose, webcam su chat erotiche, orgie durante il festival Burning Man nel deserto del Nevada. Un racconto attualissimo, che mette da un lato la tradizionale vita di coppia, dall’altro le infinite e frastagliate possibilità del mondo contemporaneo. Come dice la stessa Witt nel libro, «i nostri rapporti erano cambiati, ma le parole che usavamo per descriverli. Continuavamo a parlare come avevamo sempre fatto, come se nulla fosse cambiato, ma i vocaboli che usavamo ci facevano sentire fuori sincrono».

Un'opera liberatoria

Un’opera dalla storia editoriale a dir poco articolata, scritta nell’arco di decenni e pluri-rifiutata da vari editori per la sua natura “scandalosa”: L'arte della gioia è il capolavoro di Goliarda Sapienza che l’autrice finì di scrivere nel 1976, la prima parte fu pubblicata nel 1994 e l'edizione integrale postuma nel 1998. Negli anni successivi il libro è rimasto sugli scaffali, per poi essere riscoperto dai lettori diventando (finalmente) un longseller. Pur avendo alcuni tratti autobiografici, si tratta di un romanzo dedicato alla controversa vita della protagonista, Modesta, dall'infanzia fino all'età matura. Una vita caratterizzata da un anticonformismo e libertà assoluta, incurante dei tabù, soprattutto quelli di natura sessuale.

Un romanzo di formazione

Americanah è il terzo romanzo della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, una delle più importanti autrici contemporanee, consacrata come icona del femminismo dopo la sua famosissima TED Talk del 2013, Dovremmo essere tutti femministi. Con Americanah Adichie aveva già conquistato il pubblico e la critica, aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award del 2013. Il romanzo si apre con Ifemelu, la protagonista, che dopo anni vissuti negli Stati Uniti, decide di ritornare nel suo paese di origine, la Nigeria. La struttura è quella del romanzo di formazione, con elementi di autobiografia, inserti di pagine di diario e documenti. Alternando tempi e spazi diversi per raccontare la vita dei personaggi, in cui si intrecciano temi come il razzismo e la condizione delle donne.

La pioniera del femminismo contemporaneo

Angela Davis non ha bisogno di presentazioni e forse nemmeno questo libro, che è considerato una delle opere pioniere del femminismo contemporaneo. Pubblicato per la prima volta nel 1981, è un testo che sviluppa un saggio scritto da Davis in carcere all’inizio degli anni Settanta ed è uno dei primi testi che mette in prospettiva le questioni di genere, di razza e di classe. Raccontando la storia dimenticata delle donne nere negli Usa, la loro resistenza allo schiavismo e alla segregazione, il loro ruolo nelle lotte operaie e nei movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta, Davis fa luce su tutte le contraddizioni di un movimento per l’emancipazione femminile prevalentemente bianco e borghese. Davis è la prima a dire che non esiste un femminismo universale e che la lotta per l’emancipazione femminile non può essere efficace se non si considera la storia e la stratificazione dell’esperienza delle singole donne. Una questione ancora largamente dibattuta nel femminismo della quarta ondata, un’opera da rileggere ora che la storia recente ci sta mettendo nuovamente di fronte all’urgente interconnessione tra etnia, condizione socioeconomica e appartenenza di genere.

Senza rossetto

Giulia Cuter e Giulia Perona si occupano di comunicazione, marketing e social media. Dal 2016 curano il progetto Senza rossetto in cui cercano di raccontare le donne di ieri, oggi e domani, oltre ogni convenzione e stereotipo. Senza rossetto è un podcast, composto da tre stagioni e alcune puntate speciali; una newsletter di approfondimento; e un libro, edito da HarperCollins Italia, che si intitola Le ragazze stanno bene.

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