I libri e la zuppa Campbell

I libri e la zuppa Campbell

Questo autunno sembra essere cominciato all'insegna delle analisi sulla situazione dell'editoria italiana. Se ormai sono anni che si parla di crisi editoriale, di decrescita più o meno felice, di legge sul prezzo del libro, di Newton a 0.99€ dentro e fuori la classifica e di grande distribuzione, sembra che il trigger della nuova stagione sia stato bene o male il lancio di Masterpiece, il talent show dedicato a scrittori esordienti che andrà in onda a novembre  su Rai Tre. Veronica Tommassini, scrittrice e firma del Fatto Quotidiano, si è subito ribellata all'idea:

È la fine. Anzi è lo spartiacque, niente sarà come prima. (...) Temo un destino da fast food o da alimenti surgelati. Cercano il nuovo best seller. Ho un po’ di freddo addosso. Sono pessimista, penso: certi tabù non si sdoganano, mai. Perché lo avete fatto? Per giunta il direttore di rete, Andrea Vianello, conferma alla grande in un tweet denso di attese. È un tabù, la letteratura è un tempio, ci credo ancora, non bisogna violarlo, no no (...). (Aiuto, il talent di scrittori no!)

Eccolo lì, il pericolo più grande: il libro alla stregua dei surgelati, la temuta mercificazione del libro (che sia cartaceo o digitale poco importa da questo punto di vista). Se il libro sia o meno anche un prodotto commerciale è una questione che ne risveglia subito un'altra, ovvero se la scrittura sia sempre in quanto tale letteratura, o se si possa dare anche una forma di scrittura - diciamolo - di intrattenimento.  Il fenomeno si ravvisa anche lato lettore: sembra che qualunque fruitore di libri goda di uno status intellettualmente più elevato rispetto a chi, ad esempio, si ammazza di serie televisive (che ad alti livelli possono invece diventare vere e proprie forme d'arte migliori di tanti romanzi: "la serie tv è epopea e drammaturgia al tempo stesso" secondo Bandirali e Terrone). Dal domenicale del Sole Mario Fillioley, in risposta alla Tommassini, ha ben descritto questa "spocchia dello scrittore":

Ci sono scrittori che pensano che, siccome scrivono, si collocano su un piano più alto di chi sbucinìa canzoni dentro a un microfono o fa salti a piedi uniti sopra a un palco: si possono tollerare talent show sulla musica, il canto, la danza, la recitazione, la cucina, e perfino gli sport di squadra (sì, ce ne fu anche uno sul calcio, tempo fa), ma non sulla scrittura: la letteratura no, no. Altrimenti poi che fine fa lo scrittore o l'aspirante tale? Quello che abita in un faro isolato dal mondo, e la notte si alza dal letto folgorato dalla musa, si prepara due napoletane di caffè Hag e scrive rapito dal demone fino alle prime luci dell'alba. (...) Nel logoro immaginario collettivo la scrittura possiede una natura tale da non poter ammettere sue forme non illustri. C'è una specie di sei politico che sin dalla scuola si concede a chiunque scriva, non importa che cosa, non importa come: se scrivi, anzi se solo senti la pulsione di scrivere, sei un temperamento meditativo. (...) L'Italia è l'unico Paese in cui la letteratura (così come il cinema) di consumo si preoccupa costantemente di apparire autoriale: il genere imperante è la gran minchiata, però dal risvolto pensoso. (...) Mettere tutti i libri sul piano della letteratura è un'operazione paradossale: è da cretini, ma ci fa sentire intelligenti. Non appena si tratta di libri, pensiamo subito a Shakespeare, e chi non è Shakespeare infanga il buon nome della letteratura. Perché?

Senza entrare nella fenomenologia del libro, il dibattito ha ripreso vita in seguito all'uscita della novità E così vorresti fare lo scrittore di Giuseppe Culicchia, "il libro che tutti quelli che sognano di pubblicare un libro dovrebbero leggere", come recita la quarta. Ne ha scritto Andrea Bajani su Repubblica, che si lancia in un'accusa politica e sembra instaurare un parallelismo tra il lamento della sinistra - "è colpa degli elettori" - e il lamento della cultura - "è colpa dei lettori":

Giuseppe Culicchia si rivolge a un ipotetico aspirante scrittore, utilizzando la celebre tripartizione con cui Arbasino suddivideva cronologicamente la carriera di un autore: Brillante Promessa, Solito Stronzo, Venerato Maestro. La carrellata è quella di un falò delle vanità, di una specie di farsa in cui non si salva nessuno. (...) Perché non imputare trent'anni di berlusconismo anche a quegli editori - e a quella parte di filiera - che sembrano aver dismesso (con le virtuose eccezioni, per fortuna, che provano a resistere) progetti culturali, responsabilità e coscienza politica, in nome del budget a fine anno? Chi legge male - sia detto a chi pubblica, a chi scrive, a chi veicola i libri - elegge parimenti.

Non si è fatto attendere il commento di Loredana Lipperini:

(...) Farei un piccolo distinguo rispetto a quanto scrive Andrea Bajani, che conclude il suo articolo di oggi attribuendo l’attuale sciagura al berlusconismo. Non è solo  una questione di berlusconismo: o meglio, il berlusconismo è figlio e prodotto di una generale ostinazione  a non voler progettare strategie di lunga durata. La politica delle rese si deve a questa ostinazione. La rincorsa di questa o quella moda (le sfumature, il fantastico, il new adult, il memoir, il libro di ricette) si deve a questa ostinazione (o miopia). Dunque? Dunque, parafrasando il titolo del libro di Giuseppe Culicchia che Bajani recensisce, il consiglio più onesto che si possa dare a un esordiente non è quello di scoraggiarlo. È di dirgli “nulla è sicuro, ma scrivi” (come poetava Fortini). Magari non pubblicherai ora. O, se pubblicherai, rischierai che la tua opera, su cui hai sudato per anni, faccia un’apparizione fulminea in libreria e poi sparisca. Ma scrivi lo stesso, e leggi, e scrivi ancora. Prima o poi la nottata finirà: con l’augurio che gli esperti di strategie di vendita, in molta parte, rivedano le proprie convinzioni. E si convincano che i libri sono certamente un prodotto: ma talmente anomalo che le regole del mercato, per i medesimi, non sono le stesse che si applicano alle passate di pomodoro.

Siamo tornati al "E allora scrivi, scrittore, scrivi. Scrivi quello che vuoi. Ma datti un tono." bersaglio di Fillioley? Siamo davvero così sicuri, dopo Andy Warhol per giunta, che i libri e le passate di pomodoro non abbiano proprio niente in comune? Le regole del mercato sono o non sono le stesse per i libri e per tutti gli altri prodotti? Interessante il post di Ivan Rachieli in nota all'articolo della Lipperini:

Io, al contrario, penso che le regole del mercato siano le stesse, e che la responsabilità di chi fa le strategie di vendita – i responsabili marketing, che dal punto di vista di Lipperini in alcuni casi hanno sostituito i direttori editoriali – sia quella di non fare abbastanza marketing: di farne poco, male, ignorando le regole del mercato o applicandole male. (...) Costruire un progetto editoriale coerente non è solo un’operazione culturale. È anche una delle strategie di marketing più proficue e intelligenti, ed è l’unico modo per dare vita a un brand forte, autentico, rispettato, capace di durare nel tempo e di affrontare i cambiamenti con intelligenza.

Voi che ne pensate? Il libro è o non è un prodotto di mercato? In chiusura, ci sentiamo di citare il manifesto di ISBN Edizioni, non a caso diretta da Massimo Coppola: forse la definizione di oggetto culturale oggi è un po' più ampia e complessa di quella della generazione precedente.

Commenti

2 commenti per "I libri e la zuppa Campbell"
  • @, 08/10/2013 07:41

    Penso che il commento più interessante sia quello di Ivan Rachieli. «Costruire un progetto editoriale coerente non è solo un’operazione culturale. È anche una delle strategie di marketing più proficue e intelligenti, ed è l’unico modo per dare vita a un brand forte, autentico, rispettato, capace di durare nel tempo e di affrontare i cambiamenti con intelligenza.» Esistono “brand forti” nell’editoria italiana, riconoscibili e riconosciuti? Parlando di libri ho chiesto a un gruppetto di amici se si ricordavano il nome di una qualche collana interessante. Zero. Ancora, ancora ricordavano qualche casa editrice, ma erano ben poche quelle di cui avevano un’idea non completamente vaga e ancora meno quelle di cui pensavano “se lo pubblicano loro è una sicurezza”. E sto parlando di gente da un libro al mese, non all’anno. Forse gli editori dovrebbero ripartire da questo. Per quanto riguarda il talent-show degli scrittori, non ci vedo niente di male, anzi mi sembra molto più positivo rispetto a quelli dedicati ad altre arti, per due motivi principali: - Sicuramente può stimolare e avvicinare alla lettura e alla scrittura gli spettatori. - Mentre cantare e ballare sono abilità difficili da “rivendere” nel mondo del lavoro se non come occupazione primaria, scrivere bene può servire in moltissimi campi del lavoro e della vita. Quindi se i vari ballerini e canterini che non hanno vinto, al termine dello show, si trovano poco in mano; gli aspiranti scrittori scartati, hanno affinato un’abilità che potrà comunque essergli molto utile.
  • @, 03/10/2013 16:01

    È dura pensare che un oggetto messo in vendita con un prezzo non sia un prodotto di mercato. Semmai, si può parlare di quei libri che sono "solo" un prodotto di mercato. In parte dipende da quale urgenza abbia spinto l'autore a scrivere, credo. Nel caso di un talent show questa urgenza è il successo. Non il bisogno o la voglia di dire qualcosa, condividerla, proporre un punto di vista, una visione o semplicemente raccontare una storia. Non avrebbe senso farlo in un contesto il cui scopo è un'affermazione individuale. Qui si parla di successo inteso come il diventare riconoscibile, apparire, fosse anche per la campagna pubblicitaria di una compagnia telefonica o di una passata di pomodoro o di un salame senza grassi. Per questo si parla sempre più di autori e sempre meno di libri. E, purtroppo, un contesto come questo, fatto di karaoke per scrittori e permanenze lampo sugli scaffali delle librerie, agevola di fatto prodotti che sono "solo" o comunque "più che altro" prodotti di mercato. Perché tutto il resto ha bisogno di tempo per essere elaborato. Che è poi il percorso logico che mi porta a individuare nel mondo del digitale, dove il concetto di permanenza si declina in tempi e spazi radicalmente differenti, l'ambito in cui può svilupparsi un antivirus alla progressiva desertificazione di tutto ciò che non è pensato per vendere tutto e subito.

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